Il centro sociale autogestito Leoncavallo di Milano(1), fondato nel 1975 con una lunga storia sociale, è stato sgombrato. Luogo in cui sono transitate nel tempo, diverse culture libere da stereotipi preconfezionati, ieri improvvisamente è stato costretto a lasciare la palazzina occupata dove svolgeva da tempo attività cultuale di aggregazione cui tutti e non solo il quartiere, ne hanno usufruito. Un “valore sociale” riconosciti da tutti, anche da personaggi del mondo liberale.
Per questo lascia stupito che dopo oltre trentuno anni di contenzioso con la proprietà dell’immobile, ma in verità più con il Comune e lo Stato per il modello politico che si prefiggeva, non si sia riuscito a trovare una soluzione. Per questo, non ci può bastare, la perplessità politica del sindaco di Milano, Sala, per “non essere stato preventivamente avvisato dello sgombero” dato che era previsto per il 9 settembre.
Lascio ad altri le elucubrazioni personali e politiche su ciò che era possibile fare e non si è fatto, di quale trasformazione politica ha subito negli anni questo Centro Autogestito. Per non parlare poi su chi si crogiola nella stizzita “allora dovete sgombrare anche Casa Pound” a Roma.
Il problema del Loncavallo come degli altri luoghi di associazione, poteva e può essere risolto. Basta avere la volontà politica di farlo, ma in un paese dove si guarda più alla “forma” della politica(1.1) e non alla “consistenza del progetto” a cui questa dovrebbe aspirare, tutto rimarrà in sospeso,(2) o forse peggio si porrà fine a questa importante esperienza di vita sociale cittadina.
Certo la chiusura di quel Centro Sociale sarebbe una grande perdita. Non lo dicono vecchi militanti che hanno visto uccidere i compagni Fausto e Iaio(3), il 18 marzo 1978, pochi giorni dopo il rapimento Moro, giustiziati con poi poche risposte, ma Fabio Pizzul, presidente della Fondazione Ambrosiaeum, voce della diocesi ambrosiana.
“Il Leonka, che lo si voglia o no, è diventato una presenza sociale e culturale significativa per la città. Passati gli anni dell’antagonismo violento e degli scontri con le allora amministrazioni di centrodestra, durante i quali sono stati scritte pagine tristi, anche all’insegna della guerriglia urbana, mi sembra si era giunti a un dialogo costruttivo che ha consolidato il ruolo sociale e culturale di un centro sociale che ha fatto la storia della Milano degli ultimi decenni, seppure tra luci e ombre”(4).
Ricordo che quando nel 1994 il Centro Sociale autogestito fu sgombrato dal Casoretto in via Leoncavallo, scrissi proprio un articolo il 18 settembre di quell’anno, per il periodico di Linea Rossa, che voglio qui ripubblicare. Questo perché, credo sia necessario ricordare che se non insistiamo a mantenere saldi alcuni principi fondamentali per poter vivere socialmente e non solo economicamente una città, nulla può veramente cambiare.
Anzi, può solo peggiorare e l’orizzonte non mi sembra tanto luminoso.
UN CANE DI NOME LEONCA
Flavio Novara – Linea Rossa 18 settembre 1994
In una lussuosa casa di campagna, chiamata “Villa Italia”, viveva una famiglia benestante. Il nucleo familiare, composto da una madre, di nome “Democrazia”, premurosa, iperprotettiva e casalinga più per “natura cattolica” che per propria volontà e “Destro”, un padre altezzoso e ligio al mantenimento di principi di educazione ferrea miscelata e confusa tra i valori del vangelo e la speculazione finanziaria.
Questa coppia avevano sei bambini che riportavano rispettivamente i nomi dei metodi anticoncezionali naturali insegnati ed imposti dalla chiesa durante le lezioni pre-matrimoniali. L’ultimo nato era una bambina che per disperazione e per rispetto delle leggi divine, di comune accordo, la chiamarono “ORASTINENZA”.
In questo idilliaco paesaggio fatto d’amore e di reciproco sotterfugio sessual-politico, non poteva mancare il cane di nome “Leonca”.
Questa bestia fu regalata da “Sinistra”, sorella del capo famiglia, che aveva avuto un passato attivo tra le file di Lotta Continua e la ricerca di se stessa in movimenti orientali, conclusa in un “Verde” ambientalismo e animalismo sfegatato (inteso come amore per gli animali).
Leonca, cane per niente amato dalla famiglia, veniva tenuto costantemente alla catena e nel retro della casa, nascosto tra le macerie di una vecchia officina meccanica fallita, non tanto per mancanza di lavoro, ma a causa di più facili e convenienti investimenti in titoli di Stato e speculazione immobiliare di parte del capanno.
Quando la fame o la voglia di correre liberalmente attanagliava l’animale, Leonca cominciava ad abbaiare e come pronta risposta, riceveva bastonate e minacce di taglio delle corde vocali. Era Destro ad occuparsene che, tra una bestemmia e un amen, rientrava poi in casa agitando il bastone.
Di tanto in tanto Sinistra veniva a trovarlo e costatando le pessime condizioni in cui viveva l’animale, rimproverava il fratello anche con toni di sfida e di diffida. Ma purtroppo per l’animale, Sinistra dimenticava spesso tutto il bene che Leonca aveva avuto per lei, forse anche a causa dei regali rappacificanti ricevuti da Destro, durante le feste organizzate nella lussuosa villa “Parlamento”.
Un giorno, se non ricordo male un sabato di settembre, Leonca, che di tanto in tanto mordeva quando qualcuno della famiglia dei “Padroni” che gli venivano a tiro, riuscì con fatica a rompere la catena che lo teneva isolato e schiavo.
Finalmente libero, corse saltellando dalla felicità, nel cortile dove i figli di Destro e di Sinistra giocavano insieme alla guerra sia santa che economica.
Subito i figli di Destro si misero ad urlare del pericolo di Leonca libero che li avrebbe costretti a rifugiarsi in casa limitando la loro libertà. I figlio di Sinistra invece, si avvicinarono per accarezzarlo e renderlo mansueto.
Addirittura qualcuno cercò di salirgli in groppa per cavalcarlo, nonostante più volte, alcuni di loro, veniva disarcionato.
Sentendo il misto di urla di terrore e di felicità dei bambini, Destro usci da una riunione importante e segreta sulla fornitura di armi ai Croati e Somali in rivolta per occultare i nostri interessi, impugnando uno sfollagente e un coperchio dell’immondizia da utilizzare come scudo protettivo.
Destro pestò a sangue l’animale, subendo anche lui qualche lieve ferita, sino a ricacciarlo e rinchiuderlo in un altra vecchia fabbrica, giurandogli che li sotto ce lo avrebbe seppellito.
Leonca per fortuna riusci a trovare una finestra aperta e grazie alla convinzione di Destro di averlo in pugno, riusci a correre lungo i campi inseguito da Sinistra e dai suoi figli che accortosi degli errori fatti nel passato lo vollero aiutare e difendere, nonostante fosse ormai troppo tardi. Ma soprattutto non tenendo conto che poi, alla fine, a decidere è sempre mamma “Democrazia”, a cui piace tornare a pianificare tutto e a suo libero piacimento.
LINK
1 – https://leoncavallo.org/leoncavallo-storia
2 – https://ilmanifesto.it/dopo-cinquantanni-di-storia-sgomberato-il-centro-sociale-leoncavallo