Dopo 25 anni, a Genova verrà ricordata, in occasione dell’anniversario del G8 del 2001, la grande mobilitazione di popolo: una chiamata nazionale contro la riunione dei cosiddetti “grandi della Terra” in cui vennero decise, senza che il popolo potesse avanzare proposte in merito, le nuove linee politiche mondiali.
In quei giorni a Genova, le richieste urlate, combattute nelle strade e ballate in piazze multicolori, hanno unito movimenti religiosi, gruppi extraparlamentari di sinistra, partiti politici, sindacati antagonisti e della FIOM, boy scout e parrocchie. Una voce di popolo che chiedeva a quei potenti, barricati nella zona rossa, che i diritti umani, la democrazia e il rispetto per l’ambiente rimanessero universalmente al centro dello sviluppo futuro.
Tutti principi inaccettabili per chi aveva deciso, con la complicità di una parte importante della sinistra politica di governo di questo Paese, che le ragioni del mercato, e solo quelle, avessero il diritto di dominare incontrastate sulla vita delle persone.
Avevamo compreso che quel progetto economico capitalista prevedeva di spostare il profitto ottenuto dalla produzione di beni – solo parzialmente ridistribuito e da reinvestire in produzione e occupazione – in un profitto finanziario improduttivo, per lo più governato e gestito da enti finanziari multinazionali per la maggior parte statunitensi, dalle lobby israeliane e da quelle degli armamenti.
In quei giorni, in quella città e durante il G8, si è deciso di definire e sottoscrivere, con il sangue di manifestanti colpiti e feriti in totale disprezzo dei loro diritti, un progetto di società basato sul dominio e sullo sfruttamento delle classi meno agiate e povere. Queste ultime sono state persino usate, attraverso l’abbattimento delle loro tutele e l’incentivo a fenomeni di forte immigrazione, più come disgregatori sociali che come possibili creatori di ricchezza culturale ed economica. Un rimescolamento della storia che annullava, violandoli, tutti i principi democratici ottenuti con la liberazione dalle dittature e dai domini coloniali.
Si trattava di azioni intraprese soprattutto da popoli oppressi, per i quali il rispetto dei principi libertari, socialisti e comunisti rappresentava una via d’uscita dall’attuale sistema economico mondiale dominato da USA ed Europa.
Storicamente, questa forma di rivendicazione ha permesso anche all’Occidente, con l’avvento delle democrazie, di disporre di uno strumento politico per contrattare maggiori diritti e una redistribuzione della ricchezza quotidianamente prodotta e sottratta.

Avevamo compreso che lo scontro tra questi due modelli di sviluppo economico, in assenza del popolo e di una seria rivendicazione democratica, avrebbe condotto il mondo verso l’oppressione delle classi meno agiate, distrutto l’ambiente e causato il ritorno della guerra come unico strumento di risoluzione dei contrasti tra gli Stati.
Da una parte, un capitalismo industriale che necessitava di attuare nuove e vecchie forme di colonialismo, basate non più solo sul dominio economico degli Stati più deboli e non sviluppati sui modelli capitalistici industriali novecenteschi, ma anche sul loro dominio militare. Estese forme di “democrature” corrotte, basate su modelli antidemocratici con la sola facoltà di voto e una forte repressione del dissenso; la creazione di “Stati amici” che consentano e attuino il controllo delle risorse minerali ed energetiche, sempre più necessarie al vecchio mondo bianco occidentale.
Dall’altra parte, un capitale finanziario che vorrebbe depauperare (leggasi rubare) i fondi destinati all’assistenza sociale – come sanità, pensioni, ammortizzatori sociali e investimenti pubblici – per reinvestirli in armamenti e in società da depredare, decentrando e deindustrializzando filiere industriali anche se produttive. Profitti facili, da incassare soprattutto nell’immediato, senza curarsi delle ripercussioni e dell’impoverimento causati ai territori e al futuro della popolazione locale.

Una condizione, quest’ultima, ottenuta attraverso la repressione del dissenso, l’esaltazione della passività individuale che alimenta l’antistato e il rifiuto del voto, oppure attraverso una bulimia indotta di beni di consumo. Ciò che, di fatto, sta avvenendo.
Per questo la borghesia benpensante e liberale (non libertaria), che in quei giorni ha goduto nel vedere pestare quegli uomini, quelle donne e quei giovani, non può rivendicare nessuna vittoria.
Ha accettato passivamente la versione ufficiale e non ha creduto, per interessi corporativi, allo scenario che avevamo previsto, compreso, purtroppo, il ritorno della guerra.
Poi ci sono gli altri. Quelli che hanno acconsentito, con la solita arroganza che nel corso della storia ha caratterizzato chi difende il privilegio di pochi, all’idea che la democrazia sia un ostacolo e che il potere debba appartenere solo a chi, a loro insindacabile giudizio, se lo merita.
Non a caso lo slogan di questa ricorrenza è “In ogni caso nessun rimorso” perché, pur avendo subito un’indiscriminata violenza da questo Stato, restiamo orgogliosi non solo di aver avuto ragione, ma di essere ancora qui a difendere la nostra nazione nel rispetto dei principi della nostra Costituzione
Siamo ancora una volta mobilitati contro il riarmo, la guerra e i genocidi: valori assoluti ottenuti con la lotta di liberazione dal nazifascismo e con la difesa dai numerosi tentativi di restaurazione fascista perseguiti in questi oltre 80 anni di Repubblica. Uno spettro che, purtroppo, oggi viene riproposto neanche troppo sotto mentite spoglie.
Tornare a Genova oggi non è un vezzo identitario, ma la volontà di rivendicare e contestare, ancora oggi, una lettura del mondo e del futuro diversa.
Siamo consapevoli che voi benpensanti, puri e semplici consumatori, individualisti ed egoisti, siete gli unici veri responsabili di tutto questo. Voi siete quelli che hanno piacere a usare le forze di polizia e di sicurezza come strumento di repressione. Sono il vostro braccio armato, il vostro reale e meschino strumento di morte, riconosciuto, assolto e promosso in nome di uno Stato sempre più repressivo, reazionario e restauratore.
In quei giorni bisognava punire la verità che dona consapevolezza e amore verso gli altri e verso un modello di Stato democratico, inclusivo e rispettoso dei diritti dei suoi cittadini. Un progetto di Stato che, oltre a rispettare l’ambiente, deve dare a tutti le medesime opportunità affinché possano riuscire a sconfiggere la povertà, senza necessariamente dover schiacciare o uccidere, moralmente e fisicamente, i propri simili.
Oggi, dopo 25 anni, possiamo dirlo senza rievocazioni nostalgiche (e i dettagli di quei giorni li trovate nei nostri link): in quella piazza e in quei giorni a Genova erano schierati dei partigiani che il potere economico-finanziario e multinazionale aveva deciso di reprimere sino in fondo.
Carlo Giuliani era uno di loro, e faremmo bene a ricordarlo.
Spero che le giovani generazioni, che nulla sanno degli eventi di quei giorni, vedano questo girato di Giuliano Ravera, acquisito dalla Procura della Repubblica di Genova nei procedimenti penali che portarono alla condanna degli uomini dello Stato colpevoli di gravi delitti e al proscioglimento di manifestanti contro i quali erano state usate accuse false.
Senza idolatria, è bene ricordare che era il 20 luglio 2001 quando un giovane di 23 anni, Carlo Giuliani, veniva ucciso in Piazza Alimonda.
In questo video sono state messe in fila quelle che sono state quelle 72 ore, dall’inizio alla fine: dalla morte di Giuliani alle torture alla scuola Diaz.
LINK DA CONSULTARE
0 – https://www.alkemia.com/Controinformazione/G8Genovadieciannidopo/tabid/1115/Default.aspx
3 – https://www.alkemia.com/Controinformazione/GENOVALEPAROLEINTERROTTE/tabid/1116/Default.aspx
4 – https://www.alkemia.com/Controinformazione/IgiornidelG8diGenova/tabid/484/Default.aspx
8 – https://www.alkemia.com/editoriale/RitornoaGenova/tabid/543/Default.aspx
9 – https://www.alkemia.com/Controinformazione/G8Genova/tabid/94/Default.aspx




