LA MEMORIA DENTRO I CAMPI PALESTINESI IN LIBANO- IV PARTE –

LA MEMORIA DENTRO I CAMPI PALESTINESI IN LIBANO
IL MASSACRO DI SABRA E CHATILA
di Mirca Garuti
(quarta parte)

Cinque i Campi visitati dal Comitato “Per non dimenticare Sabra e Chatila”

Il viaggio del Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila si sposta a nord verso Tripoli per raggiungere il Campo di Nahr el Bared.

Nahr el Bared ha una storia di distruzione ma anche di rinascita. E’ il secondo Campo per grandezza. E’ stato costruito nel 1950. Prima della sua distruzione (2007) vi abitavano 34.000 persone. Il campo è stato distrutto completamente nell’estate del 2007 durante gli scontri tra l’esercito libanese e le milizie di Fatah al –Islam, gruppo jihadista, infiltratosi nel campo. Lo scontro era iniziato il 20 maggio e, dopo ben otto settimane di combattimenti, si contavano più di 220 morti. Si può senz’altro affermare che è stato il conflitto più intenso dopo la guerra civile libanese del periodo 1975-1990. I civili hanno tentato da subito di fuggire, specialmente verso il vicino campo di Beddawi ma anche verso Beirut e Sidone. La battaglia ha reso però difficile l’evacuazione. Gli ultimi profughi lasciarono infatti Nahr el Bared  solo verso la fine di agosto. L’esercito libanese ha bombardato il campo da giugno al 2 settembre, data ufficiale della cessazione delle ostilità.

 

 

Dalla fine di settembre al 10 ottobre 2007 il campo è stato sigillato e messo sotto il controllo dell’esercito libanese, impedendo a chiunque di entrare per valutarne i danni. Ad inizio novembre le autorità hanno permesso a 5mila famiglie di ritornare, ma il livello di distruzione era tale da impedire a molti di poterci vivere. Le strutture temporanee allestite all’esterno del campo dall’Unrwa si sono rilevate inadeguate. Iniziano così le accuse contro l’esercito libanese. Secondo vari palestinesi e operatori umanitari sarebbe il responsabile di molte distruzioni, saccheggi e non avrebbe sistematicamente rispettato, nella sua battaglia contro Fatah al-Islam, i principali diritti umani. Un infermiere della Clinica Shifa nel campo di Baddawi (campo vicino a Nahr el Bared) dice di aver assistito ad oltre 30 casi di abusi commessi dall’esercito.
”Molte delle ferite – ha raccontato all’IPS (Inter Press Service News Agency) – erano state perpetrate durante l’arresto, nei centri di detenzione dell’Esercito. Molti arrivavano da noi con segni di tortura, abusi e botte. Abbiamo visto anche tracce di elettroshock, alcuni avevano subito abusi sessuali, come lo stupro con una bottiglia. Molte abitazioni sono state svaligiate e sui muri sono state trovate scritte minacciose contro i palestinesi”.

             

Sono riuscita ad entrare a Nahr el Bared con la delegazione “Per non dimenticare Sabra e Chatila” a giugno 2008. Il campo si trovava sotto il controllo militare libanese. Per poter entrare, infatti, abbiamo dovuto chiedere un permesso presentando le copie dei nostri passaporti. Il campo era completamente deserto e di nascosto ai controlli siamo riusciti a scattare solo alcune foto. Quello che avevamo davanti ai nostri occhi era disastroso, non c’era più niente, tutto bruciato, pezzi di cemento penzolavano dagli spuntoni di ferro, i palazzi erano scheletri senza più pareti. Tutto distrutto. Case, vite, economia. Un’altra volta profughi in cerca di un nuovo posto dove continuare a vivere.

Vittorio Arrigoni è stato il primo ad offrire il suo sostegno a Nahr el Bared.  E’ stato profugo fuori dal campo per due mesi, senza poter entrare. Il campo era diventato una caserma.
Di solito, i campi profughi palestinesi non vengono distrutti per essere ricostruiti, ma Nahr el Bared è un’altra storia. Si è rimesso in piedi e, nonostante mille difficoltà, è ritornato a vivere. La tranquillità però è durata poco. Il fragile equilibrio si rompe il 15 giugno 2012, con l’arresto di due giovani palestinesi che, ad un posto di controllo, non hanno mostrato i loro documenti d’identità. Per questo arresto, centinaia di rifugiati scesero in strada bloccando le vie con pneumatici dati alle fiamme e lancio di sassi contro le forze armate libanese (LAF). Folla dispersa solo attraverso l’uso delle armi che lasciano “accidentalmente” sul campo, secondo la versione ufficiale, un giovane di 17anni, Ahmad Qassem. C’è però un’altra versione dei fatti.
Il PHRO, Organizzazione Palestinese per i Diritti Umani, attraverso diverse testimonianze , racconta che una pattuglia dell’esercito libanese all’interno dell’area adiacente il campo, dopo aver visto una motocicletta parcheggiata davanti ad un negozio, si ferma a chiedere al proprietario di 24 anni, i documenti della moto. Iniziano scontri verbali e fisici. I militari minacciano l’arresto e il sequestro della moto. Data la situazione, il giovane decide di andare a casa a prendere i documenti. La pattuglia composta da 4/5 militari lo segue. Arrivati a casa, tutto si complica. I soldati iniziano a spingere, picchiare il giovane gettandolo a terra e non contenti di tutto ciò, aggrediscono la madre e la sorella strappandogli il velo. Nel frattempo, decine di vicini di casa si sono adunati davanti a casa e la loro reazione non si fa attendere. Gli atti perpetrati dalla LAF sono considerati umilianti della dignità delle due donne e di tutta la loro famiglia. I soldati escono poi dalla casa ed iniziano a sparare per disperdere la folla. La tensione è alta. Alcuni giovani occupano le strade, danno fuoco a diversi pneumatici, costituiscono un presidio e lanciano un solo slogan “La nostra dignità è una linea rossa.” In questo scontro vengono riversate tutte le umiliazioni e le delusioni degli abitanti del campo di Nahr el Bared. A quel punto intervengono i rinforzi militari, sparando sulla folla, nel tentativo di riconquistare il controllo del campo. Cinque feriti e Ahmad Qassem viene colpito alla testa e muore. Questa rabbia, nei confronti del popolo del Campo, nasce dal considerare, nonostante la riappacificazione, Nahr el Bared una zona militare, nonostante sia dal 2007 che non si verificano più scontri all’interno del campo.

Le richieste presentate dagli abitanti di Nahr El Bared, al termine di questo conflitto, sono state: il rilascio di tutti quelli che erano stati arrestati; annullamento del sistema delle autorizzazioni per entrare e uscire dal campo; la non presenza dei militari per le strade del campo; la restituzione delle case abitate dai soldati libanesi agli abitanti palestinesi ed infine l’apertura per un’inchiesta su quanto accaduto. Il presidio, organizzato dai giovani ma presieduto da tutti, è durato 33 giorni fino al raggiungimento dell’accordo. I risultati del compromesso riguardano la riattivazione della commissione al dialogo tra palestinesi e libanesi, la riconsegna di alcune case, la soluzione di pratiche burocratiche legate alla costruzione di alcuni quartieri all’interno del campo ed infine la sollecitazione, anche rivolta all’UNRWA, per una rapida conclusione dei lavori.

 Oggi sono trascorsi 10 anni dalla sua distruzione. Le cose sono un po’ cambiate, ma non per entrare. Ci vuole sempre un permesso e all’ingresso, un checkpoint di militari libanesi controllano i movimenti in entrata e in uscita.   Parliamo della situazione del campo e delle sue problematiche interne con uno dei responsabili del Campo. Non può non ricordare la Palestina: quello che era e quello che è oggi La Palestina è la culla delle tre religioni monoteiste, era la via della seta, aveva una posizione geografica importante e strategica perché collegava l’Asia con l’Europa e l’Africa.

 

 

Poi nel 1917 ci fu la Dichiarazione Balfour.    

Documento ufficiale del governo britannico in merito alla spartizione dell’Impero Ottomano dopo la prima guerra mondiale. Si tratta di una semplice lettera di 16 righe scritta il 2 novembre 1917 dal ministro degli esteri inglese Arthur Balfour a Lord Rothschild, principale rappresentante della comunità ebraica inglese e referente del movimento sionista, con la quale il governo britannico si dichiarava favorevole alla creazione di un “focolare nazionale ebraico” in Palestina. Parole ambigue che non alludevano alla possibilità di un vero Stato indipendente, ma che contribuirono ad avviare una forte immigrazione ebraica in Palestina. Queste semplici parole hanno cambiato la storia della Palestina e del Medio Oriente.

Per capire a come si è arrivati alla Dichiarazione Balfour bisogna retrocedere al 1897 a Basilea, dove si era tenuto un congresso che aveva visto la nascita del sionismo politico di Theodor Herzl. Herzl aveva avuto molti contatti con il governo britannico per la fondazione di uno Stato che potesse raccogliere gli ebrei sparsi nel mondo. Prima di arrivare alla Palestina furono scartati vari paesi. Il primo fu Cipro per la sua base strategica al centro del Mediterraneo, El Arish sulla costa della Penisola del Sinai e l’Argentina dove vi era un’ampia comunità ebraica. Alla fine si era raggiunto un accordo “l’Uganda Scheme”, un’area di circa 15mila chilometri quadrati localizzati, per un’incomprensione, non nel territorio di Kampala, ma in Kenia.  Lo Stato d’Israele avrebbe visto la luce in una zona a Nord Ovest di Nairobi. Ma la prematura morte di Herzl (1904) modificò i piani. L’anno successivo, durante il settimo congresso il movimento sionista si concentrò sulla Palestina. Fondamentale fu la persona dello scienziato Chain Weizmann che nel 1903 dalla Bielorussia arrivò in Gran Bretagna. Nel 1906 incontrò lord Balfour che in quell’occasione gli chiese perché gli ebrei rifiutarono l’Uganda Scheme.  Weizmann rispose spiegando che qualsiasi deviazione dalla Palestina sarebbe stata una forma di idolatria. E chiedendo a sua volta: “Lord Balfour, se io le proponessi di lasciare Londra per Parigi cosa mi risponderebbe?”. “Ma noi abbiamo già Londra!”, replicò il capo del governo. “È vero”, ribatté a sua volta il chimico, “però noi avevamo Gerusalemme quando Londra era una palude”. Il suo contributo alla causa sionista divenne fondamentale nel 1916, quando fu nominato direttore dei laboratori dell’Ammiraglio britannico. L’appoggio inglese alle aspirazioni sioniste fu determinato dalla volontà di garantirsi una presenza in Palestina mettendo ai margini la Francia, dalla speranza di avere un sostegno da parte della comunità ebraica statunitense e dalla necessità, anche di tutti gli Alleati, di anticipare il tentativo del governo tedesco di attirare le simpatie del movimento sionista per garantirsi un appoggio per la continuazione della guerra. La dichiarazione Balfour fu supportata da una decisione da parte americana, francese, italiana e del Vaticano. Successivamente fu incorporata nel Mandato britannico sulla Palestina, approvato dal Consiglio della Società delle Nazioni il 24 luglio 1922. Dopo 25 anni, il 29 novembre 1947, con la Risoluzione 181 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, fu approvato il Piano di partizione della Palestina, determinante per la fondazione di uno Stato ebraico in Palestina. (Fonte: sito di Left.it)

Quando i rifugiati palestinesi arrivarono in Libano, i campi profughi allestiti per accoglierli erano diciotto, ma poi causa le varie guerre e massacri perpetrate contro di loro dagli israeliani e da alcuni partiti libanesi, ne rimasero dodici.
I palestinesi in Libano non hanno nessun diritto civile e non possono accedere a nessun lavoro in un’istituzione pubblica, nonostante siano da 70anni sul territorio libanese. Dal 2002 una nuova legge stabilisce che non possono avere qualsiasi diritto di proprietà. Prima di questa data, se acquistavano una casa, potevano registrare l’acquisto all’ufficio del catasto della zona. Ora però se il proprietario palestinese in possesso di questo diritto muore, questo diritto non può essere trasmesso ai suoi figli. Nel campo di Nared el Bared, per esempio, non c’è nessuna linea telefonica. E’ vietato fare il taxista, perchè è vietato avere la patente per uso pubblico. Ma i problemi non finiscono qui. Molto importante e grave, è quello legato all’operato dell’UNRWA.

L’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso, sviluppo, istruzione, assistenza sanitaria, servizi sociali, il lavoro e servizi d’emergenza dei rifugiati palestinesi che vivono in Giordania, Siria, Libano, Cisgiordania e Striscia di Gaza) è stata istituita nel 1949 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ai sensi della Risoluzione 302.  L’UNRWA definisce il rifugiato palestinese: “Ogni persona il cui luogo abituale di residenza era la Palestina tra il giugno 1946 e il maggio 1948, che ha perso sia la casa e sia i suoi mezzi di sostentamento in conseguenza del conflitto arabo-israeliano del 1948”. Il mandato dell’Unrwa, dal momento che il problema dei rifugiati palestinesi continua, è stato ripetutamente rinnovato. La sua istituzione si può definire un caso anomalo. Un’Agenzia di soccorso solo per il popolo palestinese, dove lo “status di profugo” è tramandato per linea maschile a tempo indeterminato. Per esempio, se tuo padre era tra coloro che vivevano in Palestina ed è fuggito perdendo tutto tra il periodo temporale giugno ’46 e maggio ’48, tu nasci e vivi come profugo e così i figli dei tuoi figli e così via. I palestinesi che invece arrivarono in Libano a seguito della Guerra dei sei giorni, sono stati registrati dalle autorità libanesi, ma non godono dello “status di rifugiati”. Sono invece “inesistenti”, quelli arrivati negli anni ’70, perché non sono stati volutamente registrati da nessuno. Il che significa, essere senza documenti e senza diritti.
E’ l’UNRWA che deve occuparsi dei palestinesi ma, perché non L’UNHCR (Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati)?
Quest’ultimo nasce successivamente alla fine della seconda guerra mondiale, il 14 dicembre 1950, con il compito di assistere i cittadini europei fuggiti dalle proprie case a causa del conflitto. Il suo primo mandato doveva durare solo tre anni. L’anno successivo fu adottata la Convenzione delle Nazioni Unite relativa allo status di rifugiato, base giuridica e statuto guida della sua attività. L’UNHCR cerca di garantire che tutti i rifugiati possono esercitare il diritto di ricevere asilo e trovare un rifugio sicuro in un altro Stato, con la possibilità o di tornare a casa volontariamente o d’integrarsi a livello locale per il reinserimento in un paese terzo. Questa convenzione si applica a tutti i rifugiati con la sola esclusione dei palestinesi. L’agenzia oggi opera in 123 paesi. Secondo l’UNHCR, chi nasce in uno stato, diventa cittadino di quello stato, non più profugo. Per i palestinesi però questo non vale, loro sono tutelati dall’UNRWA, quindi saranno sempre considerati profughi. Sorge una domanda molto semplice: ma perché è nata un’agenzia Onu esclusiva per i palestinesi? Non esiste, per esempio, un’agenzia per i curdi, anche se è un popolo millenario a cui sono negati tutti i diritti. La risposta è ovvia. Non c’è bisogno: i palestinesi devono rimanere nel limbo, sospesi, non esistono. L’ex direttore dell’UNRWA in Libano, Salvatore Lombardo, a fine settembre 2011, aveva lanciato una proposta per concedere ai rifugiati palestinesi diritti civili ed umani e la possibilità di equipararsi alle regole dell’Alto Commissariato dell’Onu. L’analisi che ha spinto Lombardo a presentare questa proposta è incontestabile: la situazione nei campi in Libano è insostenibile e centinaia di migliaia di persone sono discriminate, con il rischio di finire poi inghiottite dall’estremismo islamico. La proposta di Lombardo è semplice. Concedere gli stessi diritti di cui godono i cittadini libanesi, permetterebbe ai profughi palestinesi di uscire dai campi, di trovare un lavoro, di aprire attività, di studiare e di acquistare le proprie case. Tutto questo, porterebbe stabilità al paese dei cedri, ma, non tutti sono d’accordo. Una parte del governo libanese (i partiti cristiani ed Hezbollah) teme che la concessione di diritti civili ai palestinesi possa rompere il delicato equilibrio esistente tra le varie confessioni religiose. I palestinesi, molti dei quali di religione sunnita, possono rappresentare un pericolo e, nello stesso tempo, potrebbero essere usati come “capro espiatorio” in caso di un conflitto con Israele.

Il Commissario Generale di UNRWA  Pierre Krähenbühl ha ricordato il 14 novembre scorso, in un incontro all’Advisory Commission in Giordania, ai delegati presenti dei governi ospitanti e dei principali donatori, che il deficit per il budget operativo per l’anno corrente ammonta a 77 milioni di dollari. Ha spiegato inoltre di aver recentemente informato il Quarto Comitato dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del rischio che l’insicurezza finanziaria potrebbe comportare nel garantire l’accesso ai servizi in tutti i campi operativi dell’Agenzia. Il Commissario Generale ha infine concluso il suo intervento con un urgente appello all’azione per colmare questo deficit finanziario e scongiurare le possibili ripercussioni sull’assistenza e i servizi dell’Agenzia.
Il 15 e 16 novembre scorso i membri della commissione consultiva dell’UNRWA hanno considerato le operazioni dell’Agenzia in Libano, con incontri e visite sul campo, illustrando ai presenti la condizione dei rifugiati palestinesi nel paese. Nel corso di questa visita, il Direttore dell’Unrwa in Libano Claudio Cordone ha detto che “UNRWA si impegna a sostenere i rifugiati palestinesi e aiutarli a raggiungere il loro pieno potenziale e continuerà a lavorare per offrire ai giovani opportunità formative e educative, insieme ai servizi essenziali come l’assistenza sanitaria e quelli volti a migliore le loro condizioni di vita”. Cordone ha poi aggiunto che “l’attuale situazione dei giovani rifugiati palestinesi è caratterizzata da sfide e ostacoli, ma la loro partecipazione attiva e il sostegno dei donatori e delle autorità libanesi possono offrire loro una speranza di un futuro migliore”. (Fonte: sito Unrwa Italia)

Il responsabile del campo di Nahr el Bared continua la sua narrazione sull’operato dell’Unrwa in Libano. L’Unrwa ha svolto i suoi compiti fin verso il 2012, anno in cui l’Agenzia comunica che si trova in sofferenza per una mancanza, senza precedenti, di fondi necessari per il mantenimento dei suoi servizi essenziali. Quasi tutti i suoi finanziamenti provengono da contributi volontari, donazioni ricevute da stati, tra cui Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito, Norvegia e Svezia.

Un problema su cui ci eravamo già mobilitati durante il viaggio in Libano del 2013. La delegazione italiana del Comitato “Per non dimenticare”, dopo la manifestazione per il massacro di Sabra e Chatila, si era spostata davanti alla sede dell’Unrwa, dove si stava svolgendo un presidio di proteste dei palestinesi.

Ascolto, oggi come allora, la registrazione dell’intervento dell’amico scomparso Maurizio Musolino. Sento la sua voce, rivedo le immagini di quei momenti, l’emozione è forte. Lui è sempre tra di noi, la sua presenza è palpabile e, sembra quasi impossibile, ma riesce a strapparmi un sorriso. Quello che ha lasciato dietro di sé è tanto grande da riuscire a colmare il vuoto della sua non presenza fisica. E questo mi dà, ci dà la forza di andare avanti. Maurizio prende il microfono e parla ai dimostranti palestinesi. “Alla guida dell’Unrwa c’è un italiano, Filippo Grandi – comincia così – l’UNRWA è un simbolo della prevaricazione dei palestinesi perché quando l’hanno creata è per dire che i palestinesi sono diversi da tutti gli altri rifugiati. Noi invece riaffermiamo, sempre, il Diritto al Ritorno. Chiediamo all’Unrwa e a chi si occupa dei rifugiati di rendere la vita dei rifugiati dignitosa. In questi giorni scriveremo una lettera all’Unrwa dove diremo tutto quello che il compagno Marwan Abdul Al del campo di Nahr el Bared ci ha detto nel nostro incontro, in particolare denunceremo le mancanze, i disimpegni e rallentamenti verso Nahr el Bared. Noi non possiamo fare molto, ma una cosa continueremo a farla, daremo voce alle vostre giuste proteste e richieste. Rinnovo la nostra solidarietà e facciamo gli auguri affinché le giuste aspirazioni dei palestinesi che vivono in Libano si possano realizzare. Ricordiamo le vittime di Sabra e Chatila e diciamo con forza che bisogna rendere la vita dignitosa di chi vive oggi nei campi. Basta vittime e basta massacri.”

Due anni dopo, la situazione dell’Unrwa si è aggravata.
Il Comitato nel 2015 ha intrapreso una missione multipla con tre diverse destinazioni: Cisgiordania, Libano e Giordania. L’obiettivo era ribadire il concetto del Diritto al Ritorno dei profughi palestinesi cacciati dalla pulizia etnica del 1948 e dalle successive operazioni militari israeliane. Tutte e tre le destinazioni avevano un unico denominatore: il collasso economico dell’Unrwa. L’Agenzia dell’Onu non riceve da molto tempo le quote di molti paesi aderenti alle Nazioni Unite, tra cui anche l’Italia. Questo significa che 750.000 bambini palestinesi perderanno il diritto allo studio e 22.000 insegnanti il lavoro. Un modo per cancellare la storia di un popolo. Tutti noi abbiamo avvertito la preoccupazione dei palestinesi dei campi. La crisi finanziaria dell’Unrwa potrebbe lasciare i profughi privi di aiuto e mettere a rischio lo svolgimento delle lezioni scolastiche e liquidare la questione dei profughi e con essi anche il Diritto al Ritorno.
L’Unrwa all’inizio del 2016 ha tagliato la sanità ed i rifugiati devono ora pagare una parte delle spese mediche. I palestinesi muoiono per malattie curabili perché non possono pagare gli elevati costi delle cure mediche. I vertici dell’Agenzia smentiscono che siano in atto congiure nei confronti del popolo palestinese, ma che il problema è la mancanza di fondi.
A giugno 2017, il premier israeliano Benjamin Netanyahu affermava che l’Unrwa aveva fatto il suo tempo, non risolve i problemi, quindi, andrebbe chiusa. “Dalla Seconda guerra mondiale in poi, ci sono stati – e continuano ad esserci tuttora – milioni di profughi, in tutto il mondo. Di loro si occupa l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i profughi (Acnur/Unhcr). I palestinesi invece continuano ad avere un’agenzia specifica anche se molti di loro si sono già sistemati. Questo organismo è l’Unrwa, con i suoi organi largamente responsabili di istigazione contro Israele. Rilevo con rammarico che con la sua stessa esistenza l’Unrwa perpetua – anziché risolvere – il problema dei profughi palestinesi. Per questo è arrivato il momento di smantellare l’Unrwa e trasferire le sue competenze all’Unhcr”. Si deve ricordare a Netanyahu che il mandato dell’Agenzia è stato dato dall’Assemblea generale dell’Onu e solo tale Assemblea può cambiare questo mandato. Il mandato dell’Unrwa nel dicembre 2016  è stato prorogato con un voto di maggioranza di altri tre anni.

Nella vita quotidiana, l’Unrwa distribuiva al mese ad ogni cittadino palestinese 10 kg di farina, mezzo chilo di burro e un pezzo di sapone; ora invece ha smesso questa fornitura ed ha ridotto il numero dei lavoratori palestinesi nelle proprie sedi. C’è anche un’aggravante. L’Unrwa per essere sicura di dare aiuti a chi non ha nessun tipo di sostentamento, fa pedinare i palestinesi da loschi figuri per segnalare quelli che, secondo loro, non devono più ricevere questi tipi di aiuti, in quanto non bisognosi. Da un punto di vista sanitario l’Unrwa offre il minimo indispensabile a chi ha delle patologie molto gravi, come per esempio in caso di tumori, malattie renali, cardiache, diabete ecc. Ci sono molte altre cose che non funzionano in questo “nuovo” campo: l’acqua dei rubinetti delle case è salata, le classe scolastiche sono formate da 50 studenti, con doppi turni, proprio per garantire una minima istruzione a tutti i ragazzi e non ci sono laboratori scientifici o scuole professionali. Per concludere, la sporcizia è ovunque, manca una politica dei rifiuti. Come per gli altri campi, troviamo un aumento della povertà, disoccupazione, furti, del consumo di alcolici e droga e un nuovo fenomeno legato alla violenza da parte dei giovani. Un chiaro segnale di reazione alla mancanza di prospettive . Uno dei principali motivi per cui molti giovani si recano presso l’ambasciata dell’Arabia Saudita per chiedere di poter lasciare il Libano verso mete più ambite.

La nostra visita a Nahr el Bared continua con l’incontro di Marwan Abdul Al, membro dell’ufficio politico del Fronte Popolare per la liberazione della Palestina, responsabile della ricostruzione del campo. Marwan inizia ricordando alcune ricorrenze importanti: 100 anni dalla dichiarazione Balfour, 70 anni dall’occupazione della Palestina, 50 anni dall’occupazione di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme, 35 anni dal massacro di Sabra e Chatila, 10 anni dalla distruzione del campo di Nahr el Bared, 10 anni dalla morte di Stefano Chiarini e 1 anno di quella di Maurizio Musolino. Ricorda anche il nostro sorriso di qualche anno fa alla vista dell’inizio della ricostruzione del campo. Sono stati anni difficili, di dolore per la sua distruzione. Ricostruire il campo è una necessità di vita, di continuità, non si ricostruisce per una questione legata al commercio o per fare qualcosa di nuovo. E’ sempre una questione politica. Sia la distruzione e sia la ricostruzione. “Eravamo nel mirino di chi ci voleva distruggere – continua Marwan – come lo erano anche tutti gli altri campi distrutti in passato. Siamo soggetti ad immigrazioni continue, sempre in movimento, è la tragedia palestinese che continua nella sua eterna migrazione”. I campi profughi sono considerati dai palestinesi “temporanei” perché credono ancora nel Diritto al Ritorno. Ma perché proprio Nahr el Bared, si chiede Marwan? Le supposizioni sono varie. Potrebbe essere per le caratteristiche economiche del campo, per la sua posizione, ma sopratutto per il suo tessuto sociale. Il campo era formato dai cittadini che provenivano tutti dall’Alta Galilea. Sono riusciti a trasferire a Nahr el Bared gli stessi usi e costumi, mantenendo in questo modo viva la Memoria della loro terra in Palestina. Tutte queste combinazioni hanno messo questo campo nel mirino del nemico. “E’ stato – racconta Marwan – il primo esame di Daesh, con lo scopo di distruggere tutti i tessuti sociali di tutti i paesi del Medio Oriente.” Distruggere i campi significa distruggere il rapporto della memoria con il passato e cancellare il riconoscimento del Diritto al Ritorno sancito dalla Risoluzione Onu n.194. Per rafforzare quindi la pace sociale e la sicurezza nazionale bisogna, anzi si deve, ricostruire il campo. Non è facile ricostruire un campo in Libano. Nahr el Bared quindi rappresenta una sfida. Il campo è stato distrutto nel 2007, nel 2008 c’è stata la Conferenza di Vienna e nel 2009 sono iniziati i lavori. La ricostruzione ha incontrato molti ostacoli, prima di tutto il problema economico, poi amministrativo, logistico e legale. Si deve anche pensare al luogo dove si doveva rimettere in piedi un campo, un luogo dove la burocrazia è al massimo livello e le divergenze politiche non si contano! Il costo totale dell’opera, deciso nella Conferenza di Vienna, è stato di 345 milioni di dollari e sono stati versati nelle casse dell’Unrwa 239 milioni di dollari. Somma sufficiente per la ricostruzione del 69% del campo. 6.164 sono le famiglie sfollate, 2.246 sono le unità abitative consegnate, 2.129 ancora da costruire e 1.577 sono ancora senza nessun tipo di finanziamento. Per una buona e veloce ricostruzione ci sarebbe bisogno di un finanziamento costante. Non è così.
Quello che è successo a Nahr el Bared nel 2007, è stata una durissima lezione per i palestinesi. Tutto questo non dovrà mai più succedere. Ciò conduce ad una semplice domanda: chi è responsabile del campo? La commissione al dialogo sostiene che c’è una comune responsabilità che coinvolge tre elementi: la comunità internazionale, rappresentata dall’Unrwa che incontra tutte le ambasciate, compreso quella italiana, per presentare il consuntivo dei lavori eseguiti e un preventivo per quelli ancora da eseguire; il governo libanese con il compito di dare il suo consenso ai vari progetti e di invitare anche gli altri stati ad offrire i finanziamenti; infine c’è la parte palestinese rappresentata sia a livello diplomatico ufficiale e sia da tutta la direzione politica. Marwan pensa che l’Unrwa sia al centro di una polemica in quanto Israele e Usa la vorrebbero cancellare e mettere i palestinesi sotto l’UNHCR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Nell’ultimo periodo l’Unrwa ha preso infatti drastici provvedimenti. Ha bloccato per questioni d’emergenza i servizi medici e non paga più l’affitto a 1.200 famiglie. Narhr el Bared ha bisogno di finire la ricostruzione, di interventi di riparazione (il 65% degli edifici), di infrastrutture, di strade e di un sistema fognario e conduttore dell’acqua. La cosa più importante è ricostruire il campo nel modo più giusto e corretto. Il campo è una parte della nostra storia e del nostro rapporto con il governo libanese.
La volontà degli abitanti del campo di voler tornare a vivere nelle loro case ancora bruciate o quasi demolite, dimostra il loro senso di appartenenza a quel luogo, perché se fossero andati via ed assorbiti in altre realtà, non sarebbe mai più stato ricostruito.
La cosa importante è, infatti, quella di ricostruire la memoria, l’identità del popolo palestinese per non disperdere al vento il ricordo di tutti quelli che hanno consacrato la loro vita a questa causa.

Dopo questo primo resoconto, Marwan ci accompagna a visitare il campo. La parte ricostruita ha belle case dai colori pastello e tanti murales ma è stato diminuito la spazio abitativo per poter costruire strade più larghe. Morale: appartamenti più piccoli, meno luce e meno sole.

La visita prosegue verso il Parco giochi dei bambini. E’ stato donato da Marian, una signora palestinese sposata con un palestinese benestante. Alla morte del marito ha voluto donare questo spazio per tutti i bambini del campo a nome del marito e del figlio. Il parco è sempre aperto con una chiusura solo di due ore (12/14) per il grande caldo e perché i bambini sono a scuola. Tutta la gestione è a carico della signora Marian. Si tratta di uno spazio protetto, unico in tutto il campo, dove i bambini e i ragazzi possono giocare in tranquillità e in piena libertà.

Lasciamo il campo di Nahr el Bared. Domani ci attende una nuova tappa del nostro viaggio.

30/11/2017

Puoi seguirci anche su: