Viaggio Iraq: sotto attacco il Campo profughi di Makhmour (3°p.)

Condividi

Shengal, 20 maggio 2023
Al nostro arrivo alla Casa dell’accoglienza al villaggio ezida di Khanasur, gestito dall’Autonomia di Shengal, abbiamo appreso che oggi l’esercito iracheno, accompagnato dalla polizia in tenuta antisommossa, si è presentato al Campo profughi di Makhmour con blindati e ruspe, con l’intenzione di recintarlo con una rete metallica. Le migliaia di residenti, già sottoposti dal 2019 ad un totale embargo imposto dal governo regionale del Kurdistan iracheno, controllato dal clan Barzani, non possono di certo sopportare l’idea di essere rinchiusi in massa e privati del diritto all’autodifesa. La popolazione di Makhmour, composta soprattutto da donne, bambini, giovani e persone anziane, ha opposto una pacifica resistenza formando una barriera di persone in difesa del campo. Hanno quindi montato una tenda come dimostrazione della loro intenzione di restare a proteggere il campo finché fosse stato necessario. Ma le truppe irachene hanno cominciato a sparare sulla folla creando disordini che hanno causato il ferimento di due persone. La gente ha resistito. I rappresentanti dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati invece continuano a tacere. Il Consiglio Esecutivo del Congresso Nazionale del Kurdistan (KNC) ha diffuso un appello, chiedendo apertamente la mobilitazione internazionale a sostegno dei rifugiati curdi, ma è rimasto sinora senza risposta. L’ultimo messaggio che abbiamo ricevuto, prima della nostra partenza da Khanasur, risale al 25 maggio scorso: “L’esercito iracheno è ritornato e, ancora una volta,  la resistenza del campo gli ha impedito l’ingresso” 

(vedi allegato 1)

Verso il campo di Makhmour

Il 26 maggio, abbiamo lasciato con tanta tristezza, la “Casa dell’Ospitalità” a Khanasur nella regione di Shengal per raggiungere il campo di Makhmour, come da nostro programma e da accordi con l’intelligence irachena. Il viaggio si doveva fare in due tappe. La prima si fermava a Mosul, in quanto i nostri autisti non potevano andare oltre. La seconda, da Mosul a Makhmour. A Mosul, infatti, avevamo un appuntamento con alcuni abitanti di Makhmour per accompagnarci direttamente al campo.  Eravamo felici. Molte erano le speranze di poter finalmente entrare, nonostante il momento molto critico che stava attraversando.

Durante il tragitto, cerchiamo di capire com’è la situazione con una delle due ragazze del campo “L’accerchiamento continua...dice la giovane… ma perché ce l’hanno tanto con noi? Noi vogliamo solo vivere! Io ho 21anni, sono nata qui, ho finito gli studi, sono in attesa di poter andare all’università, ma sono due anni che sono bloccata. Come passo il tempo? Leggo, studio l’arabo e l’inglese, dipingo, cerco di tenermi impegnata, ma è difficile. I giovani del campo vorrebbero andar via, andare in Europa, in Svizzera, perché la Svizzera riconosce il popolo curdo, mentre le persone che sono arrivate qui nel 1998, vogliono restare. Noi non possiamo vivere in pace solo per gli accordi politici esistenti tra le varie parti. Il nostro unico problema è quello solo di essere “curdi”. La situazione del campo è difficile, avevamo concordato che intorno al campo non ci sarebbero stati, né filo spinato e né soldati. Ma la mattina successiva, sono ritornati e hanno iniziato a circondarlo. Non ci fidiamo più di nessuno. Non sappiamo se si possa entrare, non c’è mai niente di certo. Speriamo…”

Purtroppo siamo consapevoli della difficoltà di poter entrare, tutte le varie forze politiche non vogliono la nostra presenza, rappresentiamo una testimonianza scomoda, ma noi continuiamo a sperare.
Dopo aver attraversato vari check point, siamo arrivati all’ultimo, quello più “duro” a soli 20 chilometri dalla nostra meta. Consegniamo i passaporti e…aspettiamo! Guardiamo attraverso i vetri della macchina, parlano, si agitano, vanno, vengono, le notizie non sembrano buone, ci fanno spostare in un luogo dove dovrebbe esserci un posto di ristoro. In realtà siamo in uno spiazzo in mezzo ad un deserto polveroso, tra cespugli secchi, sabbia, un’infinità di camion e una specie di bar. Il sole, una grande palla sospesa in cielo, sta tramontando. Ancora niente. Ci spostano un’altra volta. Ora siamo in una semi curva di una rotonda. Luogo alquanto infelice! Altro tempo. Altra attesa. Altre trattative. Tante ore per sentirci dire: non si passa, dovete tornare indietro, non siete turisti, dovete andare a Baghdad!
Vietato avere ospiti…si deve chiedere il permesso!

A questo punto, dobbiamo prendere atto che ci dobbiamo salutare. Gli abitanti del campo devono rientrare a Makhmour senza di noi e noi dobbiamo ritornare a Mosul e poi a Baghdad. Sono così quattro anni che non riusciamo ad entrare!

Consegniamo alle ragazze tutto quello che dovevamo portare e, con le lacrime agli occhi e con la rabbia nel cuore, siamo costretti a prendere strade diverse, subendo gli ordini decisi dal governo iracheno con il contributo di quello turco e di quello regionale.

Riprendiamo il percorso al contrario verso Mosul, scortati da un blindato dell’esercito. Siamo obbligati a seguirli, in quanto non abbiamo ancora i nostri passaporti. Così come abbiamo l’obbligo, imposto dall’intellingence irachena, anche di segnalare la nostra posizione ogni tre ore inviando una foto collettiva.

Ci troviamo quindi di fronte ad una “espulsione” di fatto alla quale ci siamo opposti con forza, ma senza nessun risultato.

Non avendo in mano nessun provvedimento formale d’espulsione, decidiamo di andare, una volta arrivati a Baghdad, in un luogo dove poter incontrare l’ambasciatore italiano, anziché all’aeroporto, come da ordini verbali del governo iracheno.
Abbiamo quindi incontrato il vice ambasciatore italiano nella hall dell’albergo alle tre del mattino, decidendo poi di restare fino al 31 maggio, data della nostra partenza programmata, con l’intenzione di poter incontrare altre istituzioni sensibili alla questione ezida e alle vicende di Makhmour, come per esempio UNHCR, UNICEF e UN PONTE PER.

Baghdad, 27-30 maggio2023

Una volta arrivati a Baghdad, cerchiamo di occupare i giorni che restano per ottenere un appuntamento con quelle istituzioni che dovrebbero essere interessate ai problemi legati alla sopravvivenza di questi due popoli.
Cerchiamo un contatto con l’UNICEF.

Nel campo di Makhmour ci sono 3.500 bambini ed il 70% della popolazione ha meno di 32anni. Il campo, allo stato attuale, si trova circondato dall’esercito iracheno. Si teme il peggio. La situazione potrebbe degenerare.
Ma l’Unicef non ha mai risposto alla nostra richiesta d’incontro.

L’UNHCR invece, ha risposto al nostro messaggio, dicendo che però, non occupandosi più della questione “Makhmour” , dovevamo rivolgerci ad altri enti competenti.
L’incontro con Unhcr sarebbe stato molto importante in quanto gli abitanti di Makhmour dai primi anni ‘90 fino al 2014 si trovavano proprio sotto la sua protezione.
Un campo che è sempre stato oggetto di incursioni e rappresaglie, oltre che da Daesh nel 2014, anche da parte del governo turco, sempre in chiave anti Pkk, il partito curdo dei lavoratori. Un campo messo sotto totale embargo a luglio 2019.
Il Consiglio del campo aveva anche diffuso, il 07 dicembre 2020 un appello rivolto al Governo regionale, al Governo centrale ed anche al UNHCR, per chiedere la fine dell’embargo. Una chiusura che limita i movimenti dei suoi abitanti e dei suoi visitatori, isolandoli dal mondo. Appello rimasto inascoltato.  Mentre invece gli attacchi turchi sono sempre continuati.

Il 5 giugno 2021 è iniziato infatti un nuovo attacco turco su Makhmour.
Un drone ha colpito la parte anteriore del Martyr Aryen Park, un’area frequentata ogni giorno da centinaia di persone e un parco giochi per bambini. In questa zona si trovano anche le scuole del Makhmour Camp. Sul terreno restano 3 morti e numerosi feriti.
Erdogan, con questo nuovo bombardamento, ha violato, ancora una volta, il diritto internazionale oltrepassando i confini della regione federale del Kurdistan iracheno.
Diventa sempre più difficile poter ricordare tutti gli attacchi turchi su Makhmour e Shengal. Sono veramente troppi!
13/12/2018 – 18/07/2019 – 14/04/2020 – 05/06/2021 – 03/09/2021 – 02/02/2022 –

Non possiamo certamente rimanere indifferenti di fronte a questa situazione che, in questi ultimi giorni, si è ulteriormente aggravata per l’accerchiamento del campo da parte dell’esercito iracheno. Isolare la popolazione per spingerla ad andarsene. E poi un campo circondato da filo spinato e sorvegliato da torrette di controllo, cosa diventa?
Domande inutili! Per questo abbiamo deciso di rimanere qui fino alla fine del nostro programma, anche se, non aver incontrato l’UNHCR è un chiaro segnale di un disinteresse totale per la sorte dei 12/13mila curdi del campo di Makhmour.

Purtroppo non siamo riusciti nemmeno ad organizzare, per problemi di tempo, un incontro con “Un Ponte Per “, ma comunque abbiamo realizzato un collegamento telefonico con il suo responsabile per l’Iraq. “La situazione è molto grave e complicata. Non si potrà risolvere all’interno dell’Iraq”, così ci risponde subito. Il suo consiglio è quello di entrare a far parte della campagna “End Cross Border Bombing Campaign”, nata nel 2020. Si tratta di una coalizione di attori locali ed internazionali che si propongono di condurre azioni di advocacy e sensibilizzare sui bombardamenti in Iraq.
Dal 2015, le forze armate della Turchia hanno lanciato più di 4.000 azioni militari sul territorio iracheno (sommando gli attacchi aerei, terrestri e d’artiglieria); di questi, secondo il report, 1.600 sono stati registrati solo nel corso del 2021.
Il report dimostra che queste operazioni non hanno solo alimentato le condizioni di insicurezza e instabilità nell’area, ma hanno anche e soprattutto impattato in maniera sproporzionata sulle vite dei civili che la abitano.
Queste sono alcune delle conclusioni della ricerca della coalizione internazionale della società civile di cui fa parte anche l’Ong italiana Un ponte per.”

Una piccola rappresentanza della nostra delegazione, composta da tre persone, è riuscita però ad incontrare nella zona verde, grazie al supporto logistico della nostra ambasciata, un delegato dell’UNAMI.
La Missione di assistenza delle Nazioni Unite per l’Iraq (Unami) è una missione politica speciale istituita nel 2003 dalla risoluzione 1500 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, su richiesta del governo iracheno.
Il mandato dell’Unami è rivolto principalmente a fornire consulenza, sostegno ed assistenza al governo e al popolo iracheno per promuovere un dialogo politico inclusivo ed una riconciliazione a livello nazionale e comunitario; assistere nel processo elettorale; facilitare il dialogo regionale tra l’Iraq e i suoi vicini; e promuovere la protezione dei diritti umani e le riforme giudiziarie e legali.
Il giorno dopo il nostro incontro, il 30 maggio, con la risoluzione n. 2682, il Consiglio di Sicurezza decide di prorogare il mandato della Missione di assistenza delle Nazioni Unite per l’Iraq, fino al 31 maggio 2024.

La Risoluzione elenca poi una serie di richieste da parte del Governo dell’Iraq al Rappresentante Speciale del Segretario Generale e all’Unami, come ad esempio, quella che si trova al punto G: “sostenere attivamente il governo dell’Iraq e il governo regionale del Kurdistan affinché collaborino e si impegnano in un dialogo regolare e strutturato al fine di risolvere le questioni in sospeso, in modo coerente con l’unità dell’Iraq e la sua costituzione, comprese le disposizioni di sicurezza, le disposizioni di bilancio e la gestione di petrolio e gas dell’Iraq e per attuare gli accordi esistenti, compreso l’Accordo di Sinjar del 2020”.

A sostenere l’Accordo sono le Nazioni Unite, rappresentate da Jenine Plasschaert dei Paesi Bassi, che dall’agosto 2018, è la Rappresentante Speciale del segretario generale delle Nazioni Unite in Iraq e capo della missione per l’Iraq, Unami. Vanta oltre 20anni di esperienza politica e diplomatica, avendo ricoperto diversi incarichi governativi e parlamentari di alto livello. E’ stata ministro della Difesa dei Paesi Bassi dal 2012 al 2017. E’ infatti considerata dagli ezidi di Shengal, la più grande sostenitrice dell’Accordo.
La Nato l’ha investita di una grande autorità per influenzare il processo di ricostruzione dell’Iraq.

Erdogan, definendo Shengal la seconda Qandil, ha fatto pressioni su S.U. e Barzani, per tagliare i collegamenti tra Shengal e il Rojava. Così Jenine Plasschaert, per conto degli Stati Uniti, ha spinto il Primo Ministro Al  Kadhimi, in carica fino al 28 ottobre 2022,  a firmare l’Accordo di Shengal del 09/10/2020.

Il nostro incontro con il delegato dell’Unami è stato molto “diplomatico”. Il loro lavoro si svolge con entrambi i governi e il loro obiettivo è proprio il rientro degli sfollati nei propri territori. Come Nazioni Unite stanno cercando di mettere d’accordo entrambe le parti. Sull’autonomia della popolazione ezida afferma che, anche se, nella Costituzione irachena, l’articolo 125 prevede un’autonomia, questa, nel caso specifico degli ezidi, non è mai stata formalizzata, quindi non ha nessun valore.
Per il campo di Makhmour, come Unami non sono coinvolti direttamente, ma stanno ugualmente cercando una soluzione per evitare una grave escalation. Cerchiamo, inoltre, di portare l’attenzione al problema “droni” turchi, in quanto uno Stato non può impunemente bombardare un altro Stato nel silenzio generale. Anche per questo, la risposta è solo diplomatica: è un problema del governo centrale!

La nostra permanenza a Baghdad fino al 31 maggio comunque è stata positiva. Abbiamo avuto infatti la possibilità d’incontrare la delegazione del campo di Makhmour che era presente a Baghdad per trattare con il governo iracheno. Rivedere Yousef Kara, l’ex sindaca incontrata nel 2018 e gli altri compagni è stato un momento molto commovente. Era dal 2019 che non li vedevamo! Ci aggiornano sulle trattative, tutte ancora aperte.

Il 31 maggio, purtroppo dobbiamo rientrare in Italia, ma non abbandoniamo di certo questo meraviglioso popolo. Restiamo in contatto e, lunedì 5 giugno, riceviamo la notizia dal campo di Makhmour, che il co-presidente dell’Assemblea popolare di Makhmour, Yusuf Kara, ha tenuto un discorso in cui ha affermato che le azioni dell’esercito iracheno sono dovute alle pressioni del governo turco e della famiglia Barzani al governo nel Kurdistan iracheno, appellandosi in fine alle autorità a non cedere ai ricatti della Turchia e del KDP.

Dopo molti incontri, l’ultimo dei quali a Baghdad, abbiamo raggiunto un accordo per affrontare le questioni attraverso il dialogo. L’esercito iracheno ha ora ritirato le sue forze dal campo profughi di Makhmour e, di conseguenza, abbiamo concluso la nostra azione di resistenza”.

I nostri viaggi sono organizzati da Uiki, l’ufficio d’informazione del Kurdistan in Italia e dall’Associazione Verso il Kurdistan di Alessandria. Sono viaggi umanitari e politici.

Sono iniziati più di vent’anni fa in Turchia attraverso la realizzazione di vari progetti finalizzati alla conoscenza della realtà in cui vive il popolo curdo. Uno dei primi progetti, tutt’ora in corso, si chiama “Oltre le sbarre” ed è rivolto alle famiglie dei detenuti politici in Turchia. Si tratta di un’adozione a distanza di famiglie che si trovano in difficoltà perché hanno il padre, il marito, fratello o figlio in carcere, in montagna o morto. La Turchia è infatti il paese che ha il maggior numero di detenuti in carcere per reati politici o anche solo per aver espresso un giudizio negativo nei confronti di Erdogan.

Da circa dieci anni, invece, la meta dei nostri viaggi si è spostata verso il territorio iracheno. Questo perché la Turchia era diventata un luogo non più sicuro, in quanto alcuni partecipanti ai viaggi, spesso venivano espulsi all’arrivo in aeroporto. Eravamo diventati un gruppo pericoloso. In Turchia eravamo più visibili, per interviste, video che venivano pubblicati su vari siti o giornali locali. Non abbiamo mai nascosto le nostre idee e quando racconti il tuo pensiero, sei subito segnalato e, alla prima occasione, sei espulso dal paese. La stessa cosa succede spesso, molto spesso, anche in Israele, quando sei schierato in difesa del popolo palestinese.

L’associazione Verso il Kurdistan aveva sentito parlare dell’esistenza del campo profughi di Makhmour che si trovava in pieno deserto iracheno, quindi, perché non andare a vedere com’era quella situazione? Così è iniziata questa nuova esperienza. Abbiamo quindi potuto constatare da allora ad oggi tutti i cambiamenti avvenuti su questo territorio. All’inizio ci fermavamo ad Erbil per spostarci poi in altri luoghi, come Kirkut, Makhmour, Qandil e Sulaymaniyah per incontrare persone o altre associazioni, ma poi negli anni, la nostra permanenza si era concentrata solo su Makhmour, sempre per ragioni di sicurezza. Troppi agenti turchi sul suolo di Erbil!

I nostri sono viaggi umanitari, nel senso che portiamo quanto raccolto in Italia a fronte di vari progetti ma sono anche politici sia per la natura del progetto che per le nostre testimonianze. Raccontiamo, infatti, quello che succede in quei luoghi dimenticati, cercando di sensibilizzare più persone possibili e di dare un’informazione corretta con argomenti che non sono mai apertamente divulgati. I progetti che mettiamo in essere sono tutti progetti decisi, richiesti direttamente dal popolo curdo, a secondo delle diverse esigenze o necessità del momento. Il campo di Makhmour, per esempio, in passato ha avuto bisogno di un generatore di corrente in quanto il loro centro sanitario aveva a disposizione solo 12 ore al giorno di corrente elettrica. Successivamente, c’è stata la necessità di un piccolo centro sanitario che doveva rimanere aperto dalle 13 alle ore 8 del mattino seguente, per coprire il vuoto della vecchia struttura che era operativa solo dalle 8 alle 13. Nel 2019, non sapendo come trasportare i malati gravi all’ospedale più vicino, abbiamo acquistato per il campo un’ambulanza. Comunque, quello che di cui hanno più bisogno sono farmaci e attrezzature sanitarie. che però devono acquistare in loco, in quanto non è possibile far arrivare niente di tutto questo.

Questi viaggi hanno la capacità di farti entrare in un altro mondo, di conoscere una realtà diversa da quella che noi viviamo tutti i giorni a casa nostra, di conoscere persone diverse che poi non vorresti lasciare più. Non si può non fare un parallelo tra la vita dei giovani delle nostre società con quella dei giovani che vivono invece quelle situazioni. Loro sono consapevoli che la loro vita può essere breve, molto breve, e che quindi, non hanno tempo, devono agire, fare ..

Il nostro interprete, Imad, è un ragazzo giovane di 23 anni, studia arte all’università e, molto presto, si sposerà con una ragazza che non ha ancora 18 anni… perché aspettare, ci dice, potrebbe arrivare un drone o potrei andare in prigione, chissà…la vita quindi va vissuta, subito! Qui non abbiamo certezze! Ma di tutto questo, lui e tutti gli altri giovani come lui non hanno nessuna colpa, nessuna responsabilità. E’ questo che fa arrabbiare, che ti fa sentire in colpa. In colpa per appartenere ad una società silenziosa, muta, individualista, che si ferma alle apparenze senza mai farsi delle domande, senza mai mettere in dubbio qualcosa… non si parla della storia del popolo curdo, di quello ezida e anche di quello palestinese, perché loro semplicemente non esistono, quindi, non hanno nessun diritto. La loro esistenza è subordinata ai giochi di potere di stati più forti, che decidono in base solo ai loro interessi politici, economici e strategici. A chi importa se muoiono, se le loro case vengono distrutte e se le donne vengono rapite o stuprate?… la giustizia non è uguale per tutti… e se poi questi popoli osano alzare la testa e dire “NO” a tutto questo, a pretendere di avere una giustizia, la libertà di vivere come vogliono, automaticamente diventano “terroristi” e, come tali, possono essere eliminati! Quello che sta succedendo ora in Iraq, in Siria, in Palestina, è sotto gli occhi di tutti, ma la comunità internazionale resta in silenzio, complice… e le difficoltà che abbiamo avuto anche noi, nel nostro piccolo, in questo viaggio lo dimostrano! Nessuno vuole dei testimoni scomodi…

Ma come dice Lucia, la co-presidente dell’Associazione Verso il Kurdistan, il mondo, di fronte a cose del genere, non può cavarsela dando solo il Premio Nobel per la pace alla ragazza ezida Nadia Murad, sopravvissuta al genocidio che ha scritto il libro “L’ultima ragazza”. Alcune parole tratte dal suo libro “Non mi ero resa conto di quanto fosse piccolo il nostro villaggio finché non vidi l’intera popolazione di Kocho radunata nel cortile della scuola. Eravamo accalcati sull’erba secca. Alcuni sussurravano tra loro chiedendosi cosa stesse succedendo. Altri erano in silenzio, sotto choc. Nessuno aveva ancora capito cosa ci aspettava. Da quel momento, ogni mio pensiero e ogni mia azione furono un’invocazione a Dio. I militanti ci puntarono contro le armi. “donne e bambini al piano di sopra” gridarono. “Gli uomini restano qui”. Stavano ancora cercando di mantenerci calmi. “Se non vorrete convertirvi vi lasceremo andare alla montagna” dissero, così salimmo al piano di sopra come ci avevano ordinato, senza quasi salutare gli uomini rimasti in cortile.”

Troppo facile per pulirsi le coscienze! L’argomento non è chiuso, anzi, è ancora tutto aperto! Noi siamo la loro voce, non possiamo lasciar perdere, dobbiamo continuare a parlare, a raccontare, diffondendo il più possibile la loro situazione. Questo è il compito che ci siamo dati.  Continueremo a mettere in piedi i progetti che ci propongono per poterli aiutare e, attraverso, i nostri viaggi, cercheremo di trasmettere loro la nostra solidarietà e amicizia. Sappiamo benissimo che non abbiamo la forza di cambiare la strategia politica di quei governi responsabili di questa situazione, ma possiamo sensibilizzare più persone, parlando con amici, parenti, colleghi di lavori o sconosciuti. E’ un modo utile per contribuire a mantenere viva questa battaglia contro l’immenso silenzio della comunità internazionale.

(torna 2°p.) 

Link:

1 – http://alkemianews.it/index.php/2018/12/18/il-campo-profughi-di-makhmour-kurdistan-bashur-1-parte/
2 –  http://alkemianews.it/index.php/2021/06/08/makhmour/

Fonti: “La Montagna sola” diRojbin Beritan e Chiara Cruciati – Report della delegazione – Ass.ne Verso il Kurdistan – Alkemia News –
Foto reportage: Mirca Garuti (red. Alkemianews.it)

05/07/2023