Spesso le immagini, per quanto raccapriccianti, non riescono a esprimere appieno tutto il dolore della guerra e dei suoi figli. Quando il 4 dicembre 2024 è stato estratto dalle macerie di Gaza, Mohammad al-Dalou era un bambino di poco più di tre anni. La felicità del padre Abdallah nel trovarlo vivo, seppur con profonde ferite alla testa, ha oscurato solo per poche ore il dolore per gli altri familiari rimasti uccisi nel crollo.
Subito dopo il ritrovamento è iniziata la corsa disperata del padre verso l’ospedale per tentare di salvarlo, nonostante il piccolo avesse il cranio spezzato. In una Gaza devastata, solo l’impegno di uno specialista rimasto nel nord della Striscia — e richiamato appositamente dalla pensione — ha potuto dare una nuova speranza a quella giovane vita. Il medico è intervenuto d’urgenza asportando una parte di tessuto dalla coscia del bambino per chiudere la grave lacerazione nel cranio. Un’operazione estrema, servita sul momento a salvargli la vita, ma a cui avrebbero dovuto fare seguito interventi molto più mirati e complessi.
Abdallah al-Dalou (32 anni), sua moglie Dina (31) e i loro figli Mohammad e Karim vivevano a Shujayea, nel nord di Gaza. Dall’inizio degli attacchi israeliani sono stati costretti a sfollare innumerevoli volte.
«Ci spostavamo costantemente da un posto all’altro di Gaza mentre i carri armati avanzavano», racconta Abdallah. «Ci siamo rifugiati nell’ospedale al-Shifa e, quando è stato distrutto(1), siamo fuggiti da alcuni conoscenti, poi in una scuola. Molti andavano a sud, ma noi abbiamo deciso di rimanere».
Nonostante la loro totale estraneità al conflitto, la casa in cui si trovavano è stata bombardata e completamente distrutta.
Nella primavera del 2025, la famiglia riesce finalmente a ottenere il permesso di evacuazione per ragioni mediche. Al confine, tuttavia, si consuma un secondo dramma: nonostante la gravità della situazione, con un atto d’imperio dei soldati israeliani, viene impedito alla madre Dina e al fratello maggiore Karim, di 9 anni, di salire sul mezzo d’evacuazione. Solo Abdallah e il piccolo Mohammad ottengono il via libera per l’Italia. Prima di riuscire a partire, per mesi il padre ha continuato a raggiungere l’ospedale locale per effettuare le medicazioni e i controlli del figlio, rischiando la vita sotto i bombardamenti e
Oggi padre e figlio sono ospitati dalla città di Milano, ma è al Policlinico di Modena che vengono eseguiti i delicati interventi chirurgici alla testa e garantita l’assistenza medica necessaria. Il primo intervento in Italia è stato effettuato il 21 gennaio 2026, seguito da un secondo l’11 maggio 2026. Tutto questo è avvenuto senza il conforto della madre a cui, ancora oggi, viene negato il visto e il diritto al ricongiungimento familiare.
«Non mi lascia mai solo», spiega Abdallah. «Mi chiede sempre della mamma. Di notte mi accarezza la mano e la chiama nel sonno».
Abbiamo incontrato Abdallah e Mohammad a Modena nel corso di una visita di controllo, in occasione del loro terzo intervento periodico — una complessa operazione durata ben sette ore —, raccogliendo una testimonianza che incolpa il silenzio del mondo.
*intervista realizzata con la collaborazione di Eliana Riva (Il Manifesto) e Jaafar Cheikh volontario Modena per la Palestina


